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C’è una casetta piccola così, con tante finestrelle colorate, e una donnina piccola così, con due occhi grandi per guardare. E c’è un omino piccolo così, che torna sempre tardi da lavorare, e ha un cappello piccolo così, con dentro un sogno da realizzare… E più ci pensa, più non sa aspettare.
Amore mio, non devi stare in pena… Questa vita è una catena: qualche volta fa un po’ male!
Guarda come son tranquilla io, anche se attraverso il bosco, con l’aiuto del buon Dio… Stando sempre attenta al lupo… Attenti al lupo! Attenti al lupo!
Living togheter… Living togheter…
Laggiù c’è un prato piccolo così, con un gran rumore di cicale, e un profumo dolce e piccolo così… Amore mio, è arrivata l’estate! Ammore mio, è arrivata l’estate! E noi due qui distesi a far l’amore, in mezzo a questo mare di cicale… Questo amore piccolo così ma tanto grande che mi sembra di volare… E più ci penso, più non so aspettare!
Amore mio, non devi stare in pena… Questa vita è una catena: qualche volta fa un po’ male!
Guarda come son tranquilla io, anche se attraverso il bosco, con l’aiuto del buon Dio… Stando sempre attenta al lupo… Attenti al lupo! Attenti al lupo!
Attenti al lupo! Attenti al lupo!
Living togheter… Living togheter…

Era il 1991, e al momento non ricordo quell’anno dove sono stata in vacanza con la mia famiglia, forse Ladispoli… Ricordo che stavamo tornando dal mare e che mio padre aveva questa cassettina di Lucio Dalla, e io mi innamorai all’istante di “Attenti al Lupo“… Ricordo che feci riavvolgere più volte a mia madre il nastro, mentre la fiat uno blu cielo di papà scorazzava in quella bella giornata di sole. Qualche tempo dopo, nel bagno di nonna, c’era la vecchia radio sempre del mio papà, quella enorme con due scomparti per le musicassette, e rimisi la stessa canzone: ricordo le mie due zie, all’epoca ventenni, che divertite mi guardavano mentre cantavo “Attenti al lupo! Wof!” e mimavo, con le mie piccole mani di bimba di sei anni, il gesto di chi ti vuole azzannare.
Quando ho saputo che Lucio Dalla è stato stroncato da un infarto, mi sono sentita male nel vero senso della parola; non è la stata la solita corsa ai link sterili su facebook… Ho sentito davvero un dispiacere enorme, una commozione sincera. E’ stato un pò come quando morì Battisti: ero sempre in macchina con i miei e ci rimasi malissimo, per quanto ci può rimanere male una ragazzina di 13 anni i cui gusti musicali sono ancora acerbi, come il suo corpo.
Un pomeriggio fresco di un’estate bolognese di tre anni fa, andai a via d’Azeglio, a Bologna, a vedere questa fantomatica casetta dove abitava l’autore di “Piazza Grande”, la canzone che stavo ascoltando per la terza volta di fila in uno dei miei giri solitari a zonzo per la Dotta.
E tutte le volte che, sulla mia Alfa Grigia, mi sentivo un pò come “Nuvolari” che invece, però, l’Alfa ce l’aveva rossa…
Da quando sono adolescente, non ho mai trascorso un 31 dicembre senza ascoltare L’Anno che Verrà”, mai. E’ stato sempre un pò come un rito per me, o forse volevo solo che qualcuno mi desse qualche suggerimento in quell’unico, breve, momento di solitudine del giorno di San Silvestro che mi ritaglio puntuale, tra la pizza di mezzogiorno sbocconcellata col parentame e l’aperitivo con i miei amici prima di cena: sola, nella mia camera, con la solita lucetta puntata addosso, quando mi abbandono ai ricordi, alle riflessioni su quei 365 giorni trascorsi e a quelli che verranno, tra congetture, chimere, speranze, desideri… Me contro di me, e quell’incipit “Caro amico, ti scrivo…” nelle orecchie.
L’estate della fine delle scuole medie fu quella di Ciao”, era il 1999: ciao scuole medie, ciao millennio, ciao tutto… Sto per cambiare, sta per cambiare tutto attorno a me, mi ripetevo nella mia testa. Bello il video di quella canzone, e ricordo che mi piaceva da matti il tipo col caschetto, al centro della scena, che giocava sulla spiaggia con paletta e secchiello, che io fin da ragazzina ho sempre avuto un debole, nei confronti dell’altro sesso, per il capello un pochetto più lungo.
Al liceo, quello che sarebbe poi diventato il mio migliore amico (e che adesso, se incontro per strada, neanche ci salutiamo) mi parla di “Futura” e mi dice che la dedicò suo padre a sua madre quando seppe che stavano aspettando un bambino (cioè lui); e qualcuno una volta mi cantò: “Sarà diversa, bella come una stella: sarai tu in miniatura“.
Ho suonato tre volte anche se avevo la chiave”... Quante volte l’ho cantata quando nessuno mi rispondeva al citofono, e quante volte, di lunedì, ho ascoltato “Kamikaze” e in quel canto liberatorio mi impersonificavo anche io.
E potrei continuare all’infinito…
Ma soprattutto: quante, quante, quante volte… Quanti sogni, quanti sospiri, quanta adolescenza… Quanti disegni usciti da queste mani mentre mi emozionavo ad un attacco di pianoforte e dopo qualche secondo Lucio Dalla iniziava a cantare: “Qui, dove il mare luccica e tira forte il vento…”… Mentre desideravo ardentemente essere anche io su una vecchia terrazza, davanti al Golfo di Surriento.

Era un dicembre lungo e oscuro: mi ricordo che sui tetti c’era la neve, neve bianca… Lo ricordo distintamente. C’era la gente che ci guardava dalle finestre, mentre noi stavamo a congelarci lì fuori. Quando il futuro è già scritto da un manipolo di idioti in onda, faresti meglio a sdraiarti per terra…Se tu mi amassi, me lo faresti sapere?
Era un dicembre lungo ed oscuro, quando le banche divennero cattedrali e la nebbia divenne Dio, i preti si aggrappavano alle Bibbie mentre scavavano per caricare i loro fucili, e la croce fu piantata in alto.
Seppelliscimi in un’armatura: quando sarò morto e giaccerò sul suolo, sarà solo allora che il mio amore si rivelerà. Se tu mi amassi, me lo faresti sapere?
Non voglio essere un soldato di una qualsiasi nave che sta per affondare mentre il cui capitano se ne resta nella stiva, infischiandosene lì sotto… E allora, se mi ami, perchè non mi lasci andare?
Ho condotto il mio amore fin sopra una collina viola, lì ci sedemmo in mezzo alla neve e lei continuò a starsene in silenzio tutto il tempo… Quindi, se tu mi amassi me lo diresti? Se tu mi amassi, me lo faresti sapere?

{originale: Was a long and dark December // From the rooftops i remember // There was snow // White snow // Clearly i remember // From the windows they were watching // While we froze down below // When the future’s architectured // By a carnival of idiots on show // You’d better lie low // If you love me // Won’t you let me know? // Was a long and dark December // When the banks became cathedrals // And the fog // Became God // Priests clutched onto bibles // hollowed out to fit their rifles // And the cross was held aloft // Bury me in armour // When i’m dead and hit the ground // A love back home unfolds // if you love me // Won’t you let me know? // I don’t want to be a soldier // when the captain of some sinking ship // would stow, far below // So if you love me // Why’d you let me go? // I took my love down to violet hill // There we sat in snow // All that time she was silent still // So if you love me // Won’t you let me know? // If you love me, // Won’t you let me know? }

(Violent Hill, by Coldplay – con traduzione)

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L’altroieri è venuto a trovarmi, nel bel mezzo del mio studio – distratto, scostante, disastroso insomma – per l’ultimo esame, il mio amico G. conosciuto all’università qualche tempo fa : abbiamo ceduto ad una bella premuta di arancia, che ho fatto al momento, ci siamo seduti uno di fronte all’altra ed abbiamo cominciato a parlare.
Stravolti, entrambi.
Io me ne sono resa conto solo dopo che se n’è andato, guardandomi allo specchio, in che stato mi fossi presentata a lui: tenuta da studentessa con tuta rosa, capello ribelle riccio, occhiali inforcati sul naso (che dietro le orecchie, come dovrebbero stare normalmente, proprio non li sopporto) e un viso pallido che più pallido non si può.
Il mio interlocutore, invece, era arrivato trascinandosi lo zaino, accarezzando disperatamente il cane di mia zia e presentandosi al mio cospetto con due occhiaie da fare paura.
“Fase di stallo”, ho sentenziato per entrambi.
“Vogliamo solo stare quieti, come si dice a Napoli”, ha proferito lui.
Nel cartone Disney “Peter Pan”, il protagonista in calzamaglia verde dice ai tre fratellini Darling di pensare a qualcosa di bello per poter riuscire a volare, che sennò la sola polverina magica di Trilly non basta… Se io rispondessi cioccolata, credete che riuscirei a spiccare il volo? :-P

Ora tocca a te avere gli occhi più bassi… Sei caduta anche tu, tornando svelta sui tuoi passi. Dimmi: dov’è finito il tuo sorriso sfacciato? Io almeno non ho mai bluffato… Palla di gomma, come me, contro il cielo dentro i muri di una stanza… ‘Palla di gomma’ mi hai chiamato per ogni volta che io ho rimbalzato. Mi conosci bene, ti conosco bene: troppo tempo insieme.
O sorellina, sorellina mia! La tua innocenza era una bugia e adesso che sei scivolata giù, la suora bianca non esiste più: cattiva e imprevedibilmente strana, sei diventata forse un po’ più umana… E questa rabbia che ci tiene insieme ci lega più di un fascio di catene. Mi conosci, ti conosco bene: ritorneremo insieme.
Il cielo è gonfio: stanotte pioverà sui campi fuori di città. Dietro un portone i bambini giocano tirando calci ad un pallone… Palla di gomma, puoi tornare quando hai smesso di rimbalzare… Non dico per l’eternità: per noi non sarebbe più normale. Mi conosci, ti conosco bene: torneremo insieme.

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Me lo ricordo ancora quel pomeriggio del 3 febbraio 2011: doveva arrivare da noi B., leccese come C., che disperatamente cercava una sistemazione a Tarragona per le prime notti. Io tramite facebook le proposi il nostro divano e lei, con mia grande sorpresa, accettò. Il giorno del suo arrivo, il taxi la lasciò al civico sbagliato e così io e A. scarpinammo per tutta Pere Martell alla sua ricerca: eccola, da lontano. Impeccabile, con tre valigie e borsa al seguito, avvolta in occhialoni da sole incorniciati dai capelli nero corvino. Mentre le andammo incontro, A. (la più prevenuta tra tutte) le faceva il verso con la canzone di “Uomini & Donne”; presentazioni e via, a casa nostra. Ogni tanto si fermava, terrorizzata, finchè ad un certo punto ci dice: “Ragazze, so che può sembrarvi una cosa strana… Ma io sono letteralmente terrorizzata dai piccioni, mi fermo e non riesco a proseguire se ne incrocio uno…”.
B. doveva fermarsi solo un paio di notti da noi ma ne restò otto.
B. doveva dormire sul divano che le avevamo offerto ma la seconda sera era già in camera con me.
B. sarebbe diventata, nel giro di poco, mia sorella nel senso più viscerale del termine. Ma io, quel giorno del 3 febbraio 2011, a 5 giorni dal mio arrivo in quella città catalana, ancora non potevo saperlo.
Inizialmente, ancora ignara di quello che sarebbe stato il nostro legame da lì a poco, rivedevo me a Bologna… E così decisi, tra me e me, di non abbandonarla, di darle forza, di incoraggiarla, di accompagnarla a vedere gli appartamenti… Eppure era una sconosciuta! Ricordo il suo abbattimento dei primi giorni, il suo disperarsi e le sue frasi lapidali: “Se non trovo casa entro domani, lascio tutto e torno a Lecce col primo aereo!”, ed io lì, ad ammonirla, a dirle: “Tu non vai proprio da nessuna parte…”, e lei: “Allora me ne vado in albergo!”, e io: “Ma sei impazzita??? Finchè non trovi casa, da qui non ti muovi!”.
Quando, poi, trovò casa, restò un’altra notte… Non dimenticherò mai le nostre facce al suo annuncio: “Ce l’ho fatta… Posso prendere possesso della stanza da stasera…”. Un attimo di titubanza da parte di tutte, e ruppi io il silenzio esordendo con un: “Però stasera resta ancora qui, dai…”. Lei sembrava non stesse aspettando altro, ed infatti non se lo fece ripetere due volte; poichè era arrivata pochi giorni dopo il nostro arrivo, con B. era un pò come aver cominciato assieme l’avventura Erasmus e seppure avesse trovato casa a 10 minuti da casa mia volevo rimanesse in casa con noi ancora, e ancora, e ancora! Quella sera dormimmo io, lei e C. nel mio letto ad una piazza e mezza, mentre A. dall’altra stanza si arrabbiava tantissimo perchè era col fidanzato e non poteva unirsi a noi!
Da quando si trasferì, capitava che B. continuasse a trovarsi spesso da noi (soprattutto prima di andare al corso di spagnolo, quando arrivavamo perennemente in ritardo perchè tra caffè, biscottini e pettegolezzi il tempo volava…) e che noi ci trovassimo spesso da lei. Inseparabili da subito, da sempre, tutt’ora. Perfino nel momento stesso in cui stavo scrivendo di lei, in questo post, ha avuto l’abilità di chiamarmi e io ho sorriso per questa strana coincidenza :)
B. prese casa a Carrer Adrià, dal cui balconcino si vedeva il mare (come si evince nella foto qui a sinistra, scattata proprio da lì); su quel balconcino abbiamo fatto colazione una mattina calda di febbraio (e di fatti, nella foto sbucano i cereali del Carrefour e la brocca d’acqua… Non si vede l’immancabile presenza del barattolo di Nutella!), abbiamo fatto i gavettoni una fresca sera di maggio e spesso ci siamo messe lì, alla ringhiera, solo per godere del panorama, fra una chiacchiera ed un’altra.
B. era un riferimento per me in qualsiasi momento della giornata: non era inusuale che, dopo i corsi, facessi a piedi tutta la rambla e la avvisassi alle 16 del pomeriggio dicendo: “Guarda che sto arrivando per pranzare!”, e dopo esserci riempite ben bene lo stomaco iniziava il giro shopping tra Zara, Bershka, Mango… Insieme tutti i giorni, nella quotidianità o nelle occasioni particolari: insieme alla mia prima sbronza, insieme a dormire su un materassino gonfiabile ridendo per una battuta su un canotto, insieme a mangiare pop corn allo zucchero… Quando se ne andò (perchè fu la prima a lasciare Tarragona), io mi sentii devastata nel corpo e nell’anima (tralasciando, in particolare, l’aspetto ‘corpo’, dato che m’ero ubriacata fino all’inverosimile la sera della sua despedida…); mi affliggeva l’idea di aver perso una parte del mio cuore, una persona che era stata per me fondamentale in cinque mesi di vita all’estero. Ancora non sapevo che quel rapporto era destinato a cementarsi ulteriormente col tempo, e che la distanza non lo avrebbe scalfito per niente. E di ciò ne gioisco, e trovo forza ogni qualvolta mi sento attanagliata da qualche nodo alla gola. Venerdì scorso lo abbiamo passato su skype 4 ore, a dirci di tutto. Quattro ore che sono volate. Per me la sua amicizia è continua fonte di benessere perchè è una delle poche certezze che ho nella mia vita; e poi a B. non posso mentire, perchè io per lei sono un vetro trasparente: ogni volta io rido nel dirle: “Ma come puoi dire esattamente queste cose…”, e lei: “Perchè ti conosco :)
La cucina di B., a differenza del salone che affacciava sul mare, dava sul cortile di una scuola… Cortile al quale feci la foto qui a destra. Questa foto non ha, apparentemente, nessun senso se decontestualizzata o trovata per caso nella mia cartella di foto Erasmus “Febbraio”. Un pomeriggio che ero a Carrer Adrià, ricordo che all’improvviso sentii uno schiamazzare proveniente da quel cortile; “E’ che c’è una scuola – mi spiegò prontamente la mia amica – e infatti M. ogni mattina sta odiando sempre di più i bambini perchè già intorno alle 8 si crea confusione… E noi alle 8 si può dire che stiamo dormendo da più o meno 2 ore… “
Eh già: vita Erasmus!
Mentre B. andò a sbrigare le faccende in camera sua, io aspettavo che il caffè salisse; mi poggiai alla finestra e volsi lo sguardo verso il cortile. L’intervallo era finito da poco, e osservai tutti i bambini tornare nelle classi. E, in quel momento, mi venne in mente la canzone ‘Palla di Gomma’ di Ivan Graziani, canzone con la quale ho aperto questo post; in particolare, canticchiai, appoggiata con la testa alla parete, questa strofa:

“Dietro un portone i bambini giocano tirando calci ad un pallone…”

E nel momento stesso in cui mi venne in mente questa strofa, tirai fuori dalla borsa la mia Nikon verde pisello e scattai quella foto.

Arriva il momento in cui capisci che devi tenerti a distanza, il momento per volgere i tuoi occhi lontano; arriva il momento in cui non devi far altro che tenere la testa bassa ed affrontare la tua giornata. Arriva il momento per l’ombretto ed il rossetto, il momento per tagliarsi i capelli; arriva il momento in cui è tempo di darsi allo shopping nelle strade costose per trovare il vestito giusto da indossare. Eccola che arriva: e tutte le teste si voltano… Eccola che arriva a prendersi la sua corona.
Arriva il momento in cui bisogna correre al riparo, il momento per baciare e vantarsene in giro; arriva il momento di scegliere colori diversi e il momento di tutti quei nomi che ti riesce difficile pronunciare. Arriva il momento della Prima Comunione, il momento degli East 17; arriva il momento di volgersi verso La Mecca, di essere una reginetta di bellezza. Eccola che arriva: la bellezza finge di essere un clown… Eccola che arriva, surreale con la sua corona.
Dici che il fiume trova la via del mare: e, come il fiume, giungerai a me oltre i confini, e le terre assetate… Dici che come fiume, come fiume, l’amor giungerà… L’amor… E non so più pregare, e nell’amore non so più sperare, quell’amore non so più aspettare.
Arriva il momento di fare i fiocchi ai nastri, il momento degli alberi di Natale; arriva il momento di imbandire le tavole mentre la notte sta diventando fredda.

{versione originale: Is there a time for keeping your distance // A time to turn your eyes away // Is there a time for keeping your head down // For getting on with your day // Is there a time for kohl and lipstick // A time for cutting hair // Is there a time for high street shopping // To find the right dress to wear // Here she comes // Heads turn around // Here she comes // To take her crown // Is there a time to run for cover // A time for kiss and tell // Is there a time for different colours // Different names you find it hard to spell // Is there a time for first communion // A time for East 17 // Is there a time to turn to Mecca // Is there time to be a beauty queen // Here she comes // Beauty plays the clown // Here she comes // Surreal in her crown // Dici che il fiume // Trova la via al mare // E come il fiume // Giungerai a me // Oltre i confini // E le terre assetate // Dici che come fiume // Come fiume… // L’amore giunger // L’amore… // E non so più pregare // E nell’amore non so più sperare // E quell’amore non so più aspettare // Is there a time for tying ribbons // A time for Christmas trees  // Is there a time for laying tables // And the night is set to freeze. } 

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Con questa canzone (Miss Sarajevo degli U2, con Pavarotti), ho salutato ieri la mia amica Mary che è partita per Roma: finalmente, dopo tre mesi di attesa, pare che qualcosa abbia iniziato a muoversi e quindi stamattina s’è messa di tutta fretta in un treno per andare a cercare un posto letto nella Capitale. Non nascondo che la cosa mi ha un pò destabilizzata: proprio adesso che si prospettavano weekend all’insegna della follia, degli approcci con me che parlo spagnolo e di tutto o burdell che avremo fatto in giro qui e lì… Però sono strafelice per lei: è una delle persone più importanti della mia vita e il fatto che stia ingranando la giusta marcia per diventare a tutti gli effetti una donna adulta ed indipendente non può che rendermi fiera di lei!
Passando a me, giovedì ho dato il mio penultimo esame… Non mi sembra vero: siamo in direttiva di arrivo!!!
50 esami dati, 6 anni e mezzo di ingegneria… Sarà la famosa crisi del settimo anno, ma davvero sta cominciando ad andarmi strettina l’università… Voglio finireeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!
Devono ancora convalidarmi gli esami fatti in Erasmus (dopo 8 MESI dal rientro!!!), infatti domattina andrò a fare due/tre questioni dal prof che se ne occupa… Prof che sarà anche quello del mio ultimo esame, quindi ci devo andare coi piedi di piombo! :-P
Il giorno del penultimo esame è stato vissuto a mille: mi son alzata dieci minuti alle 7, ovvero prima del suono della sveglia, dopo aver dormito 3 ore e mezza; colazione, qualcosa ripetuto, camicia e maglioncino UGUALI a quelli che avevo messo quando ho sostenuto la prima parte di quell’esame a dicembre (w la scaramanzia napoletana!) e via sulla tangenziale. La seconda parte dell’esame dura un’ora e mezza… Quando finalmente firmo la camicia non riesco a realizzare, e esco dallo studio del prof un pò interdetta… Meno un esame alla laurea, davvero?
Giro di amici da salutare, appunti presi per il prossimo, ultimo step da sostenere prima di iniziare il tirocinio… Ah, già: e parlo col prof della tesi. Non c’è borsa di studio nè a Barcellona, nè a Valencia… A malincuore, rinuncio a questa grossa opportunità (all’UPC c’era in ballo un progetto in tandem con un’azienda Americana… Roba di un certo spessore, e il mio curriculum era stato accettato…) e accetto di cominciare in dipartimento il prima possibile; ora sono in attesa di un argomento e di un correlatore, ma comunque credo di iniziare a esami ultimati, così da potermi dedicare a mente libera solo a quello. Il pomeriggio spinning, un pò di cazzeggio e la sera festa Erasmus alla Galleria 19 (ex Rising South): cicchettini, musica spagnola, un ungherese che ci dice che a Budapest è usuale tirare il naso O.o… Insomma, bella seratina davvero! Torno a casa alle 5 di mattina e mi sveglio direttamente per ora di pranzo… Aaaah, che meraviglia viversi una serata spensierati e con un peso in meno sul groppone!!! Oggi avrei dovuto riprendere a studiare per questo fantomatico ultimo esame, ma ieri ho alzato un pò il gomito alla festa di un amico e stamattina mi sono svegliata completamente rincoglionita… Oh, pure questa è la vita (e pure questa è la nuova me) e finchè c’è occasione, vaffanculo e godiamocela!
Ultimamente mi sento diversa, molto diversa.
Me ne accorgo da quello che faccio, da quello che penso, da come agisco. Me ne accorgo soprattutto nei rapporti con le persone: sono meno paziente, meno accondiscendente, non mi faccio più in quattro (salvo le dovute eccezioni, che ci saranno sempre e che mi danno conferma giorno dopo giorno di aver scelto bene le mie eccezioni) e, soprattutto, tendo a fidarmi molto, molto, molto di meno. Inoltre, vado molto a meritocrazia; non che prima non agissi così, ma adesso filtro di più: stabilisco subito se dentro o fuori, bianco o nero, sopra o sotto. E’ un pò come l’algoritmo sulla felicità qui a lato: gli algoritmi, si sa, vanno applicati sempre, sono universalmente validi. E allora prendete un’emozione, una sensazione, un sentimento a caso ed applicate il vostro algoritmo; però vi avviso: sta a  voi decidere, o meglio sta a voi fare in modo che l’algoritmo funzioni… Perchè da solo no, proprio non va!

… arrivavo in Pere Martell con due compagne di viaggio conosciute quel giorno stesso e, con la pioggia incessante che arrivava alle caviglie, cercavo assieme a loro il 14/2B in quella strada.

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E da lì, da quel civico, da quella strada… E così… Tutto ebbe inizio.
Quel giorno di esattamente un anno fa.

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